The snow. The freezing. More than fifteen degree below zero and thousand of immigrants camped out in some old and abandoned buildings. We’re in Belgrade, Serbia, a country which for months has become a sticking point because of the borders closing in Croatia and Hungary. These immigrants are mostly men, from Afghanistan and Pakistan, who have faced up to a journey between Iran, Turkey, Greece and Macedonia, in inhumane condition. People who spent for this journey savings of a lifetime, or who put in debt whole families. People who had to abandon their families, as Tariq, a 45 years old from Pakistan, to whom talebans destroyed the only source of money. He’s now trying to carry his family in safety in Europe. For months, the Republic of Serbia represented a crossing point for all the people who went across the “Balkan Route”; more than a million of people, according to the UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees). Today, thousand of people are waiting for the borders opening. They live on the floor of sheds in really poor conditions, without electricity, water and sanitation. In these places the smell of burned plastic and the irritating smoke makes you deal with a cruel reality, where a decent meal, distribuited by locals ong, becomes the only consolation. Because of the constant cold, they light little fires and everything can be flammable, from polystyrene to tyres. There are a dozen of these all in these buildings, everything can be useful, and even a box can became a bed. One of the most horrible aspect is that a lot of people who are blocked are young, really young, even underage. Like a boy of twelve years old who saw his brother’s death by talebans because “he didn’t want to work with them”; boys who have become already little men, who belongs to families that can’t afford the journey for everybody, families who have chosen to give at least one of the them a better future.

La neve. Il gelo. Più di quindici gradi sotto zero e migliaia di migranti accampati in vecchi edifici abbandonati. Siamo a Belgrado, in Serbia, un Paese che da mesi si è trasformato da terra di transito a punto di stallo a causa della chiusura delle frontiere di Croazia e Ungheria. Si tratta per lo più di uomini, afghani e pakistani, che hanno affrontato un lungo viaggio attraversando Iran, Turchia, Grecia e Macedonia, tutto questo in condizioni disumane. Persone che hanno speso per questo viaggio i risparmi di una vita, collette popolari o indebitato intere famiglie. Persone che hanno dovuto abbandonare i propri cari, come Tariq, pakistano di quarantacinque anni, al quale i talebani hanno distrutto l’unica sua fonte di guadagno e il cui unico scopo è quello di portare la propria famiglia al sicuro in Europa. Per mesi la Serbia ha rappresentato un luogo di passaggio per tutti coloro che attraversavano la cosiddetta “rotta balcanica”; più di un milione di persone, secondo le stime dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr). Oggi migliaia di persone stanno aspettando che le frontiere vengano nuovamente aperte. Vivono accampati sul pavimento di capannoni in circostanze disumane, senza acqua, elettricità e servizi igienici. In questi luoghi l’odore di plastica bruciata e il fumo irritante ti obbligano immediatamente a fare i conti con una cruda realtà, dove l’arrivo di un pasto caldo al giorno, distribuito dalle Ong locali, diventa l’unico sollievo. Per contrastare il freddo si accendono piccoli fuochi e tutto può diventare combustibile, dal polistirolo fino ai copertoni. Ce ne sono a dozzine sparsi in questi fabbricati, qualunque scarto viene utilizzato, e persino una scatola di cartone può diventare un letto di fortuna. Uno degli aspetti più duri di questa vicenda riguarda l’età dei migranti bloccati a Belgrado, molti dei quali sono estremamente giovani, alcuni persino minorenni. Ragazzi come Amir, ragazzi diventati già piccoli uomini, che appartengono a famiglie che non ce l’hanno fatta a sostenere il viaggio per tutti, famiglie che hanno scelto di dare almeno a uno di loro un futuro migliore.